VILLE COMUNALI


Ubicata nel luogo dell’antica Cala fontanelle, sito di fontane da cui si attingeva l’acqua nei periodi di siccità, la Villa comunale si offre oggi come una delle zone più verdi del centro, dove è possibile consumare una piacevole sosta su panchine all’ombra di secolari pini marittimi. A destra dell’entrata principale si scorge il busto del dottor Giovanni Barnaba, meglio conosciuto a Monopoli - per l’opera umanitaria compiuta in vita - col nome di "medico dei poveriì".
Attraverso un intrico di aiuole fiorite, è raggiungibile una vasca ornata di figure marine.

Nel 1915 questo suolo era un giardino incolto, acquistato dal sindaco pro-tempore Paolo Vadalà, che lo risistemò, dividendolo in aiuole ed affidando la manutenzione alle famiglie più abbienti del comune.

Piazza Palmieri

PIAZZA VITTORIO EMANUELE

Tra le più grandi di Puglia e d'Italia, nata nel 1796 grazie all'approvazione del Re di Napoli, fu costruita seguendo il progetto del regio architetto De Simone: il disegno, a maglie ortogonali, strade rettilinee e traverse perpendicolari è funzionale e trascura alquanto la bellaregola classica, in voga in quel periodo. Nel 1872 la piazza fu risistemata dall'architetto Losavio che, abbandonata l'idea della piazzarinascimentale, optò per quella più abbordabile ma anche più moderna della Piazza Giardino. La divise in due rettangoli alberati e l'arricchì di nuovi valori urbanistici. Se per gli alberi si dovette aspettare il 1893, fu invece possibile aprire subito, nel mezzo dei due rettangoli, lo stradone, che da est sbocca in Largo Plebiscito, mentre dal lato opposto si allunga a formare una sorta di decumanodell'intero impianto a scacchiera della città. Il monumento ai caduti sorge nel rettangolo sud, opera dello scultore Edoardo Simone di Brindisi, che lo eresse nel 1828, fedele alla statuaria ottocentesca e allo stile oratorio del Bistolfi, del Sartorio o degli altri artisti di moda all'epoca. Il monumento è l'unico in Italia ad essere innalzato non per gli eroi, ma per il dolore straziante dei parenti, rappresentato con rara efficacia sul monumento. Nel 1848 la Piazza divenne centro di una cospirazione antiborbonica:i liberali di Monopoli si fecero promotori di un convegno di amici della libertà. La mattina del 18 maggio il borgo accolse i congressisti cospiratori: poiché le due correnti attendiste e reazionarie non si misero d'accordo, la cospirazione fallì e i cospiratori furono condannati a durissimi anni di carcere. Una lapide ricorda il luogo in cui si riunirono, posta all'angolo di via Giuseppe Polignani.

Per gli alberi si dovette aspettare il 1893 mentre fu subito realizzato uno stradone che separava i due rettangoli e che ad est sboccava in largo plebiscito mentre dal lato opposto si immetteva in corso Umberto.
Oggi la piazza ha un'ampiezza pari a circa 22.000 mq ed è circondata da edifici in un più giusto rapporto dimensionale con essa. Al centro del rettangolo sud si erge il monumento ai caduti in guerra di Edoardo Simone, risalente al 1828. Questa è una delle poche sculture che esalta lo strazio dei parenti piuttosto che il valore dei soldati.
Ai piedi di un colossale legionario con una spada sguainata in una mano e la vittoria alata nell'altra vi è una madre che benedice il figlio che va alla guerra e un'altra che conforta una vedova e un orfano di un soldato caduto.
Il 18 maggio del 1848 la piazza diventò luogo di un incontro tra il movimento antiborbonico e i liberali di Monopoli. Il moto fallì e molti cospiratori furono condannati a durissimi anni di carcere. E' testimonianza di questo una lapide presente sul lato sud-est della piazza ad angolo con via Polignani.


PIAZZA PALMIERI

La piu' antica piazza di Monopoli dove sorge il famoso palazzo Palmieri. Esso, isolato sul lato est, presenta un piano nobile e l'avancorpo centrale (due colonne a sostenere il balcone e lo stemma della famiglia) ed è in posizione tale da non potersi confondere con le propaggini edilizie della borghesia sei-settecentesca, che si affacciano a sud e ad ovest sulla piazza. La piazza, che sembra servire il palazzo del Marchese Palmieri, appartiene storicamente all'antica chiesaromanica di S. Pietro (sec. IV).

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Nel 1585 alcuni fedeli acquistarono alcune case nel vecchio abitato e trasformarono il tutto in una istituzione denominata "Conservatorio della Casa Santa" e fu imposta sotto il vescovado di Antonio Porzio, nel secolo XVII, una completa clausura con concessione dell'uso dell'abito regolare della Beata Vergine della Presentazione a tutte le povere fanciulle orfane che avessero manifestato la volontà di farsi religiose.


PIAZZA XX SETTEMBRE

È la sede del quotidiano mercato ortofrutticolo; come ogni piazza o via italiana intitolata al 20 settembre 1870, data della breccia di Porta Pia, conduce al Duomo cittadino. Ma la sua particolarità, che la contraddistingue in tutta la Puglia, è la presenza, in tutta la sua superficie, di sole mattonelle di colore rosso. Era sede dello storico mercato giornaliero di frutta, verdura e pesce.

Tra la città nuova e quella antica si interpone uno spazio dove si inseriscono da un lato l’odierna Piazza Manzoni (corrispondente alla piazza vescovile) e dall’altro Piazza XX Settembre. Sono due spazi che per ragioni volute, il primo, e per ragioni funzionali, il secondo (come orto del convento di Santo Domenico), uniscono due aree urbane attraverso un giardino pubblico. Il particolare sistema ad innesto, dettato da ragioni igieniche, venne progettato nel 1887 dagli ingegneri Losavio e Collavitti che sfruttarono la prospettiva del muro “religioso” per dare un’impostazione scenica e simmetrica alle piazze

MASSERIE

masseria torri Garrappa
foto:
  • MASSERIA GARRAPPA
  • MASSERIA TRAPPETELLO
  • MASSERIA SPINA PICCOLA
  • MASSERIA SPINA GRANDE
  • MASSERIA CARAMANNA
  • MASSERIA CONCHIA
  • MASSERIA LAMALUNGA
  • MASSERIA CAVALLERIZZA

Visitando la Puglia non si può fare a meno di notare la ricca presenza di Masserie fortificate sparse in tutto il territorio, sebbene con peculiarità differenti a seconda del luogo e del periodo di edificazione.





Per capire il fenomeno “Masseria” bisogna risalire storicamente all’impero romano, poiché la “villa” romana era un prototipo di “masseria”. Infatti, sia la Masseria che la villa romana erano due entità economicamente autonome, pertanto, producevano e consumavano tutto ciò che era necessario per il sostentamento; inoltre, in entrambi i casi, c’erano delle mura di cinta che dovevano proteggere dagli assalti dei nemici.
masseria Fortificata Trappetello

Le masserie si dicono “fortificate” perché, dopo il crollo dell’Impero Romano D’Occidente, il forte esercito romano venne meno e così, la popolazione si doveva difendere autonomamente dalle frequenti invasioni dei barbari.
nel comprensorio dei "trulli e delle grotte" alla ricerca della masseria Cavallerizza, che dal 1495 al 1530 fu una importante stazione di allevamento equino, voluto dal Governo della Serenissima. Il sottostante "Canale di Pilo", con le sue apposite piste, servì a migliorare le prestazioni del "morello pugliese". A testimoniare questa forte presenza, sul prospetto della masseria, una solida struttura con tetto a falde, troviamo un bassorilievo con il "Leone di San Marco"

Nonostante siano di epoche diverse, le masserie hanno delle caratteristiche comuni quali: feritoie, caditoie, mura di cinta, garitte e torrette per l’avvistamento; alcune masserie sono state edificate sfruttando la struttura di antiche torri d’avvistamento (ad esempio Masseria Garrappa).
masseria fortificata Caramanna
1659
sulla statale n.377 (Monopoli-Castellana).

Inoltre ogni Masseria, in genere, presenta: locali per il bestiame, frantoi, chiesette.

Tutto ciò dimostra la forte indipendenza di questi complessi dal centro abitato tanto da poterle definire dei veri e propri microcosmi.
In contrada Conchia, sorge l'omonima Masseria, costruita nel seicento dalla nobile famiglia Palmieri. Il complesso si presenta di grande compatezza e custodisce intatti diversi dispositivi di difesa che la caratterizzano.(GARITTE LATERALI)

A Monopoli le masserie facevano parte di un ben organizzato sistema di avvistamento che comprendeva anche il Castello di Carlo V, il Castello di S. Stefano e torri di avvistamento lungo la costa ( ad oggi rimangono solo Torre Encina e Torre Cintola).
TORRE INCINA

Dopo le invasioni barbariche i pericoli non cessarono, ecco perché tali strutture furono utilizzate fino al 1700, infatti erano molto temuti i turchi, i pirati, e le popolazioni vicine per le quali Monopoli era un appetibile accesso al mare.
le masserie Spina Grande e Spina Piccola (poco prima della "Ceramica delle Puglie"- Viale A.Moro). Delle due masserie, la più antica è Spina Piccola. Una torre cinquecentesca su due piani e con coronamento decorato da beccatelli, fortificata per avvistamento e difesa del territorio. Di tutt'altra fattura Spina Grande, costruita in carparo e coperta di rosso. Subito colpisce per l'aristocratica facciata e per una imponente doppia scalinata con balaustra e loggiato

Data la forte staticità sociale i proprietari di questi “tesori”erano le ricche famiglia aristocratiche, i comuni, e i monasteri, i quali erano tanto ricchi che spesso si avvalevano della figura di un amministratore.

Gli studiosi di questo fenomeno hanno cercato di classificare le masserie in base alle caratteristiche, tuttavia vi è una miriade di classificazioni, in questo contesto si propone quella più semplice.



TIPOLOGIE

MASSERIA COMPATTA: si tratta di solito delle masserie più antiche, nate soprattutto per l’avvistamento: non hanno mura di cinta, né fortificazioni evidenti, sfruttano di solito la loro posizione su luoghi rialzati e dominanti sul territorio.

MASSERIA FORTIFICATA: hanno evidenti tutte le caratteristiche difensive dai muri di cinta, alle caditoie, alle feritoie, ponti levatoi, torrette e/o vedette (es. Conchia, Caramanna).

MASSERIA FORTIFICATA CON TORRE: possiedono oltre alle caratteristiche delle generiche masserie fortificate anche un corpo più o meno centrale a torre per una maggiore capacità di difesa e avvistamento (es. Losciale, Maviglio/Manghisi, Due Torri).

TORRI MASSERIE: l’intera masseria è costituita solo da un corpo unico a forma di torre senza altri corpi affiancati (es. Garrappa, Spina Piccola).


Piazza Vittorio Emanuele

Nel 1788 l'architetto del comune Francesco Sorino aveva presentato un progetto della piazza Vittorio Emanuele che fu respinto perché non in linea con lo stile classico dominante nella capitale borbonica.
Otto anni dopo l'architetto Antonio de Simone, che aveva bocciato il progetto del Sorino, progettò la costruzione di una piazza che fosse un punto d'incontro tra il centro antico ela città nuova. Tale progetto prevedeva un'ampia piazza di forma quadrata, circondata da un porticato, sul quale sarebbero sorti edifici destinati ad abitazione.
Il disegno non fu mai realizzato in pieno, soprattutto a causa dell'incompatibilità tra il progetto e la situazione del luogo. Nel 1877 l'architetto Sebastiano Losavio divise la piazza in due rettangoli alberati.

Per gli alberi si dovette aspettare il 1893 mentre fu subito realizzato uno stradone che separava i due rettangoli e che ad est sboccava in largo plebiscito mentre dal lato opposto si immetteva in corso Umberto.
Oggi la piazza ha un'ampiezza pari a circa 22.000 mq ed è circondata da edifici in un più giusto rapporto dimensionale con essa. Al centro del rettangolo sud si erge il monumento ai caduti in guerra di Edoardo Simone, risalente al 1828. Questa è una delle poche sculture che esalta lo strazio dei parenti piuttosto che il valore dei soldati.
Ai piedi di un colossale legionario con una spada sguainata in una mano e la vittoria alata nell'altra vi è una madre che benedice il figlio che va alla guerra e un'altra che conforta una vedova e un orfano di un soldato caduto.
Il 18 maggio del 1848 la piazza diventò luogo di un incontro tra il movimento antiborbonico e i liberali di Monopoli. Il moto fallì e molti cospiratori furono condannati a durissimi anni di carcere. E' testimonianza di questo una lapide presente sul lato sud-est della piazza ad angolo con via Polignani.

ABBAZIA SANTO STEFANO



Un'altra cittadella in una terra dove costruire significava un tempo mostrare a tutti il viso dell'arme. Oggi lo fa solo il custode, quando non gli va a genio il passeggero. L'abbazia castello è in-fatti, piú che mai, inserita nella vita pubblica, specie nei mesi estivi, quando la spiaggia brulica di bagnanti. Allora vive anch'es-sa la sua stagione d'oro, come la vive il suo proprietario. Altrimenti starebbe, come tanti monumenti, relegata a scontare chissà quali peccati. Anche il camping, che allunga a sud il movimento turisti-co, porta linfa vitale alla natura e all'arte.

Con i Benedettini, dal sec. XII al XIV, l'abbazia fu all'apice della cultura umanistica e artistica. I Cavalieri di Gerusalemme, che vi s'insediarono nel Quattrocento, la trasformarono in un castello chiuso dalla cinta muraria e dal fossato. I privati, che l'acquistaro-no al tempo di Murat e delle sue leggi antifeudali, ne fecero una masseria.

Il visitatore trova comunque agevolmente le cose che meritano d'essere viste. Il portale della chiesa romanica lo accoglie al primo ingresso nel cortile. Anzi gli dice di entrare senza timore ("Intra, ne dubita..."). Dal cave canem delle ville romane ne è passato di tempo sino ai cani delle masserie. L'abate si chiama Riccardo e viene ricordato come homo mitis. Questo nel 1236. L'abbazia di-sponeva di rendite terriere cospicue per permettersi di ricostruire e di onorare degnamente la sua chiesa. Se non sono venuti i mae-stri federiciani a lavorare la pietra, questi del portale di S. Stefano fanno sentire ugualmente la moda classicheggiante in auge nel regno di Federico li. Si osservino i volti degli angeli che spuntano sui capitelli in mezzo alle foglie d'acanto. Nella lunetta vediamo Cristo in trono col Vangelo sulle ginocchia e in atto di benedire, mentre a' piedi si prostrano due mini figure in adorazione, forse l'abate Riccardo e un altro del convento. Ai lati di Cristo, S. Stefano e S. Giorgio, il sacerdote a sinistra, a destra il guerriero. Il tipo di bassorilievo e la scansione delle figure nello spazio vuoto che ha la funzione luminosa del fondo d'oro dei mosaici, ci riporta-no anch'essi a modelli classici, per es. i sarcofaghi ravennati.

L'interno aveva un degno riscontro rinascimentale alla cultura romanica ed era il polittico, ora nel Museo di Boston, venuto da Venezia insieme a tante altre tavole dorate, che arricchirono nel Quattrocento le chiese di Monopoli e di Puglia.

La visita ha un altro punto di riferimento importante ed è la chiesa rupestre, vicinissima a quella romanica, a conferma delle origini comuni di tanti altri monumenti sia all'interno della città di Monopoli che nell'agro. Si scende per mezzo di una scala in quel la che potrebbe essere la primitiva chiesa benedettina, preesisten te comunque alla fondazione dell'abbazia, avvenuta nella seconda metà del sec. XI, con l'abside a sinistra appena si entra e un pila stro al centro dell'intero vano che consente l'apertura di tre archi e con essi l'articolazione interna in spazi e ambienti.

Per il ritorno in città si prende la strada comunale, l'antica via del Procaccio, che si apre a destra per chi esce dal ca stello. È una strada sul mare a ridosso delle numerose cale che si susseguono, quasi tutte spiagge libere sulle quali si riversano i bagnanti d'estate. Si giunge al Copacabana, un complesso di sale per ricevimenti, dotato dei piú moderni e qualificati servizi, compresi il bar e il ristorante. Sorge nell'a rea piú fitta di cale, dove si è installato di recente un notevo le impianto sportivo.

La strada prosegue, sempre costeggiando il mare, fino a raggiungere i "porti" che si aprono fin sotto le mura cittadine, Porto Rosso, Porto Bianco, Portavecchia. Qui ha termine il "gran tour", il lungo itinerario per i dintorni che, se non com prende tutto quello che il territorio offre, consente tuttavia di conoscere le cose piú importanti. Il giro inoltre s'identifica con il perimetro di una megastruttura urbanistica, che aspet ta un piano strategico per configurarsi come la città del futu ro, che non sia la semplice espansione a macchia d'olio dei sobborghi urbanizzati. Il visitatore avrà avuto modo di cono scere e valutare quanto sia prezioso il patrimonio storico ambientale. Spetta a chi di dovere ora organizzare gli spazi per tutelarne l'integrità e la corretta fruizione. La "città per l'uomo libero", che fu la proposta lanciata, sono passati piú di vent'anni, da urbanisti malati, si disse, di utopia, non è da inventare. Esiste nelle risorse del territorio. Qui sono i monumenti "nuovi" e i nuovi spazi pubblici sui quali co struire la trama urbanistica del futuro. Esiste una land art o arte della terra nella tradizione, un'arte ecologica da colti vare e tutelare per la città di domani, che possiamo defini re del "tempo libero".

Sono le spiagge, i villaggi turistici, le masserie, le ville, le contrarle, le lame, gl'insediamenti rupestri, le torri costiere, i castelli, gli scavi archeologici. Fino a quando gli equilibri (ambiente e opera dell'uomo) non saranno sconvolti, sarà possibile costruirvi una città per la regione e per l'Europa di domani. Se si studia e si capisce la storia di una città euro pea, diventa piú facile vederla e costruirla nelle necessità e nelle dimensioni del futuro.

CASTELLO CARLO V - SANTO STEFANO

CASTELLO CARLO V






Come il castello di Lecco, di manzoniana memoria, anche in questo aveva l'onore di alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli che, se non erano tutti nativi di Spagna, "nazione di eroiche virtù", a quelli però somigliavano. Come una città del sud assomigliava moltissimo a una del nord, se aveva un congruo numero di conventi, un castello, e l'onore di stare sotto gli Spagnoli.

Il castello di Monopoli, costruito sulla striscia di terra piú avanzata rispetto al mare, faceva parte del sistema di fortificazione costiera, voluto da Carlo V in Puglia, e per lui curato dal vicerè piú illustre della serie, quel Don Pedro di Toledo, della omonima, storicissima via di Napoli. Ma altri fanno il nome del marchese Don Ferrante Loffredo, che risiedeva a Lecce, e indicano l'anno 1552 per la fine dei lavori.

Il castello ha la forma pentagonale, tipica dei fortilizi cinquecenteschi, ma sembra abbia incorporato una torre cilindrica preesistente, di forma romana, che conferisce un rilievo singolare all'ingresso e alla facciata stessa. Incorporati risultano anche i sotterranei, che comprendono tra l'altro l'antica chiesa basiliana di San Nicola della Pinna, divenuta la chiesa della fortezza. Si chiamava cosí perché era sulla punta (pinna) della penisola che sporge sul mare, insieme al convento fondato, nel secolo X, da un monopolitano in crisi mistica dopo la morte della moglie. Una chiesa interessante, a una sola navata, con abside e cupola centrale.

Prima di diventare un carcere, a partire dal secolo scorso e fino agli anni Cinquanta di questo, il castello fu il palazzo della piú alta autorità militare in questa città. Uno storico di qui, del Settecento, il quale tiene a precisare che "metà" di questo castello "è dentro il mare", riferisce che ai suoi tempi "sotto di esso" si faceva "la pesca dei coralli in abbondanza". Ma il prodigio dei coralli, stando al suo racconto, era niente in confronto alla persona del Castellano d'allora, "D. Martino Coquemont, colonnello degli eserciti di Ferdinando IV, uomo di cento e uno anni e mesi cinque, finché io scrivo in questo maggio 1773". Infatti era nato "in Bruxelles, nel Brabante, il primo di gennaio 1672". Questo attaccamento di Don Martino alla vita non fu probabilmente piú forte dell'altro che lo tenne qui, cosí a lungo, legato a questo castello sul mare e a questa città. Dopo di lui, altre illustri autorità forestiere, innamorate della città, non se ne andranno piú da Monopoli.

Dalla piazzuola dei Castello si prosegue per il lungomare San Salvatore: una strada a forma di balcone sull'Adriatico. Si passa dai resti del bastione di Santa Maria al doppio log-giato di un edificio, noto come il palazzo dell'Andora, forse l'antico Palazzo del Comune. Segue il largo antistante la chiesa di San Salvatore, antica chiesa parrocchiale, abbandonata e in rovina, dopo essere stata spogliata delle sue icone dorate del Quattrocento e del Cinquecento. Costeg-giando ancora la spalletta sul mare si giunge all'imbocco della via San Vito che scende a sud ovest lungo il tratto delle mura rimaste ancora in piedi all'interno della città vec chia. A destra la chiesetta di San Vito, che dà il nome alla strada, quindi l'imbocco a vie traverse che immettono nel borgo antico. La terza di queste comincia con l'edificio che fu dei Cavalieri di Malta e conduce a una piazzetta centra lizzata sul tempietto degli stessi Cavalieri, dedicato a San Giovanni. Anche questa chiesa aveva il suo bel polittico veneziano.

A sinistra le mura di Carlo V, quindi l'uscita dalla città an tica nel punto dove sorgeva anticamente la Porta Vecchia, chiamata anche, dagli storici locali, Porta Foca perché si di ceva costruita ai tempi dell'imperatore Foca di Bisanzio. Di qui la strada che portava e conduce tuttora ad Egnazia. Usciti sul litorale e sulla spiaggia, che ha preso il nome da quella porta, la piú antica della città, si può ammirare la cinta murarla di quel promontorio sul mare che fu il nucleo originario di Monopoli e che le mura di Carlo V fanno apparire come una nave di pietra che fende le acque. La muraglia ad ovest conserva ancora un brandello dell'antica cintura e del fossato, visibile dal breve tratto di strada che serve le case a ridosso delle mura e all'ombra del campanile della cattedrale.

CASTELLO SANTO STEFANO




Un'altra cittadella in una terra dove costruire significava un tempo mostrare a tutti il viso dell'arme. Oggi lo fa solo il custode, quando non gli va a genio il passeggero. L'abbazia castello è in-fatti, piú che mai, inserita nella vita pubblica, specie nei mesi estivi, quando la spiaggia brulica di bagnanti. Allora vive anch'es-sa la sua stagione d'oro, come la vive il suo proprietario. Altrimenti starebbe, come tanti monumenti, relegata a scontare chissà quali peccati. Anche il camping, che allunga a sud il movimento turisti-co, porta linfa vitale alla natura e all'arte.

Con i Benedettini, dal sec. XII al XIV, l'abbazia fu all'apice della cultura umanistica e artistica. I Cavalieri di Gerusalemme, che vi s'insediarono nel Quattrocento, la trasformarono in un castello chiuso dalla cinta muraria e dal fossato. I privati, che l'acquistaro-no al tempo di Murat e delle sue leggi antifeudali, ne fecero una masseria.

Il visitatore trova comunque agevolmente le cose che meritano d'essere viste. Il portale della chiesa romanica lo accoglie al primo ingresso nel cortile. Anzi gli dice di entrare senza timore ("Intra, ne dubita..."). Dal cave canem delle ville romane ne è passato di tempo sino ai cani delle masserie. L'abate si chiama Riccardo e viene ricordato come homo mitis. Questo nel 1236. L'abbazia di-sponeva di rendite terriere cospicue per permettersi di ricostruire e di onorare degnamente la sua chiesa. Se non sono venuti i mae-stri federiciani a lavorare la pietra, questi del portale di S. Stefano fanno sentire ugualmente la moda classicheggiante in auge nel regno di Federico li. Si osservino i volti degli angeli che spuntano sui capitelli in mezzo alle foglie d'acanto. Nella lunetta vediamo Cristo in trono col Vangelo sulle ginocchia e in atto di benedire, mentre a' piedi si prostrano due mini figure in adorazione, forse l'abate Riccardo e un altro del convento. Ai lati di Cristo, S. Stefano e S. Giorgio, il sacerdote a sinistra, a destra il guerriero. Il tipo di bassorilievo e la scansione delle figure nello spazio vuoto che ha la funzione luminosa del fondo d'oro dei mosaici, ci riporta-no anch'essi a modelli classici, per es. i sarcofaghi ravennati.

L'interno aveva un degno riscontro rinascimentale alla cultura romanica ed era il polittico, ora nel Museo di Boston, venuto da Venezia insieme a tante altre tavole dorate, che arricchirono nel Quattrocento le chiese di Monopoli e di Puglia.

La visita ha un altro punto di riferimento importante ed è la chiesa rupestre, vicinissima a quella romanica, a conferma delle origini comuni di tanti altri monumenti sia all'interno della città di Monopoli che nell'agro. Si scende per mezzo di una scala in quel la che potrebbe essere la primitiva chiesa benedettina, preesisten te comunque alla fondazione dell'abbazia, avvenuta nella seconda metà del sec. XI, con l'abside a sinistra appena si entra e un pila stro al centro dell'intero vano che consente l'apertura di tre archi e con essi l'articolazione interna in spazi e ambienti.

Per il ritorno in città si prende la strada comunale, l'antica via del Procaccio, che si apre a destra per chi esce dal ca stello. È una strada sul mare a ridosso delle numerose cale che si susseguono, quasi tutte spiagge libere sulle quali si riversano i bagnanti d'estate. Si giunge al Copacabana, un complesso di sale per ricevimenti, dotato dei piú moderni e qualificati servizi, compresi il bar e il ristorante. Sorge nell'a rea piú fitta di cale, dove si è installato di recente un notevo le impianto sportivo.

La strada prosegue, sempre costeggiando il mare, fino a raggiungere i "porti" che si aprono fin sotto le mura cittadine, Porto Rosso, Porto Bianco, Portavecchia. Qui ha termine il "gran tour", il lungo itinerario per i dintorni che, se non com prende tutto quello che il territorio offre, consente tuttavia di conoscere le cose piú importanti. Il giro inoltre s'identifica con il perimetro di una megastruttura urbanistica, che aspet ta un piano strategico per configurarsi come la città del futu ro, che non sia la semplice espansione a macchia d'olio dei sobborghi urbanizzati. Il visitatore avrà avuto modo di cono scere e valutare quanto sia prezioso il patrimonio storico ambientale. Spetta a chi di dovere ora organizzare gli spazi per tutelarne l'integrità e la corretta fruizione. La "città per l'uomo libero", che fu la proposta lanciata, sono passati piú di vent'anni, da urbanisti malati, si disse, di utopia, non è da inventare. Esiste nelle risorse del territorio. Qui sono i monumenti "nuovi" e i nuovi spazi pubblici sui quali co struire la trama urbanistica del futuro. Esiste una land art o arte della terra nella tradizione, un'arte ecologica da colti vare e tutelare per la città di domani, che possiamo defini re del "tempo libero".

Sono le spiagge, i villaggi turistici, le masserie, le ville, le contrarle, le lame, gl'insediamenti rupestri, le torri costiere, i castelli, gli scavi archeologici. Fino a quando gli equilibri (ambiente e opera dell'uomo) non saranno sconvolti, sarà possibile costruirvi una città per la regione e per l'Europa di domani. Se si studia e si capisce la storia di una città euro pea, diventa piú facile vederla e costruirla nelle necessità e nelle dimensioni del futuro.